Gender DocuFilm Fest

Cast & crew

Prodigal Sons

Prodigal Sons
USA 2008

Written and directed by Kimberly Reed for Big Sky Films

Produced by Kimberly Reed, John Keitel, Israel Ehrisman
Co-produced by Louise Rosen

Cinematography by John Keitel
Edited by Kimberly Reed, Shannon Kennedy
Original music by T. Griffin

Featuring Kimberly Reed, Carol McKerrow, Marc McKerrow, Claire Jones, Gordon McKerrow, Oja Kodar

Length: 86 minutes
Format: Colour, HD, 1:1.78, Dolby Digital
Language: English

Official website: www.prodigalsonsfilm.com

Trailer & intervista

Trailer

Intervista

Immagini

Kimberly Reed
Kimberly Reed,
regista

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« Un'opera di genio! Prodigal Sons è realizzato con eleganza, passione e onestà: lacerante, molto probabilmente vi spezzerà il cuore. » Andrew Solomon

« Superbo. Nessuno poteva renderlo credibile se fosse stato un film. » San Francisco Chronicle

Prodigal Sons [Figliol pròdigi]

Prodigal Sons

Affascinante, incredibile, sorprendente, eccezionale, coraggioso, un'opera geniale — sono solo alcuni degli aggettivi che la stampa internazionale ha riservato per questo documentario in grado di analizzare con grande attenzione i mutamenti di una famiglia americana di fronte al cambiamento di genere della regista. Un'opera che ha rivelato il talento di Kimberly Reed oltre ad aver svelato un mistero che ha scosso il mondo cinefilo.

Premio delle giuria
« Un film in grado di catturare le sfaccettature dei concetti di identità e genere, presentando una storia coinvolgente che sorprende lo spettatore. »
Premio della giuria, GDFF 2010

Intervista al Gender DocuFilm Fest

Giona Nazzaro, direttore artistico del GDFF, parla con Kimberly Reed, regista e montatrice di Prodigal Sons, durante la proiezione sabato 28 agosto.

Giona: Kimberly, il tuo film è davvero straordinario: ha una carica politica fortissima e al contempo riesce a toccare corde molto umane. E' la storia di due persone molto atipiche che però riesce a parlare al cuore e alla mente di ognuno.

Kimberly: Sono davvero sorpresa di tutta l'attenzione che ha ottenuto il mio film negli ultimi anni. Mi riesce ancora piuttosto difficile rendermi conto che devo aver toccato un nervo scoperto… Il punto di partenza è stato solo il mio desiderio di raccontare la ricerca della mia identità.

Giona: Puoi raccontarci come ti sei orientata nella realizzazione del film?

Kimberly: Ho pensato a lungo a come mettere in scena questa ricerca, a quanto mostrare di sé, a cosa mostrare della mia famiglia… Purtroppo nell'ambito del cinema non ho trovato molti modelli di riferimento. Non c'erano film o documentari autobiografici che mi aiutassero a trovare delle risposte ai miei dubbi. Ho preferito quindi rivolgere la mia attenzione verso la letteratura e, per quanto riguarda il cinema, a quei modelli di auto-documentazione che il cinema americano sperimentale ha iniziato a praticare a partire dalla fine degli anni Cinquanta.

Giona: Come sei riuscita a combinare così efficacemente la tua storia con quella di tuo fratello Marc? Sembra che la rivalutazione della tua vita precedente alla transizione proceda di pari passo con le scoperte legate al suo passato.

Kimberly: E' vero, ma è semplicemente successo così. Ho sempre pensato che nel nodo irrisolto del mio rapporto con mio fratello adottivo ci fosse la chiave per affrontare in forme nuove i conflitti della mia stessa identità. Nel film inizio raccontando la rimpatriata dei compagni del liceo proprio perché รจ da lì che è partita la mia ricerca, ma da subito si intuisce che avrei dovuto scavare insieme a mio fratello. Quando girando il film abbiamo scoperto che Marc era il nipote di Orson Welles ho pensato che se fossi riuscita a farlo diventare un Welles, e quindi in questo modo a dare una risposta a tutte le angosce che lo tormentavano, al suo desiderio di conoscere la sua famiglia di origine, forse avrei potuto finalmente dare anche una risposta ai miei interrogativi.

Giona: Però non è andata così liscia…

Kimberly: No, e neppure la lavorazione del film è stata facile. Il conflitto tra me e Marc subiva tensioni molto violente, alternate a richieste di aiuto e di vicinanza struggenti. Lui vedeva me come una persona decisa che sapeva come affrontare i nodi della propria vita, e di riflesso aveva di se stesso un'idea ancora più fragile. Ovviamente io non ero affatto sicura di me stessa come pensava Marc. Semplicemente pensavo che in due avremmo potuto affrontare i nostri demoni con più forza.

Giona: Ti ho visto piuttosto schiva alla proiezione. Cosa pensi oggi del tuo film? E Marc cosa ne pensa? Glielo hai fatto vedere?

Kimberly: Non è facile per me vedere il mio film. E la morte di Marc qualche mese fa ha reso tutto ancora più difficile. Gli avevo mostrato il film dopo averlo concluso. Mentre giravamo mi aveva detto che qualcuno avrebbe dovuto raccontare la sua storia. Era sua ferma intenzione farlo. Quando ha visto il film ho avuto la sensazione molto netta che fosse orgoglioso del lavoro che avevo fatto e che si riconoscesse nel ritratto che vedeva sullo schermo. Il film, in questo senso, è stato il processo che ci ha permesso di riconoscerci e di vederci l'un l'altra quasi per la prima volta. Non è un caso che chiudo il film su quella foto che era stata il catalizzatore della più violenta delle nostre discussioni. Solo dopo aver finito il film sono riuscita a guardare quella foto più serenamente.